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Recensione di Roberto Mazzone - Il Ragazzo dalla Maschera di Ferro


Sviluppato nel periodo della pandemia, durante i mesi bui del primo lockdown (primavera 2020),  “Il ragazzo dalla maschera di ferro” è il nuovo progetto produttivo di Senso Unico Alternato, ispirato al romanzo Il visconte di Bragelone, di Alexandre Dumas, e al successivo film del 1998, con protagonista Leonardo Di Caprio.

L’intuizione dell’autore del libretto Claudio Crocetti è stata condivisa con il M° Tiziano Barbafiera, che ha composto e arrangiato l’intera partitura (una ventina di brani), mentre la revisione del libretto è stata compiuta da Brunella Platania.

L’entusiasmo scaturito da questa “intuizione” ha dato vita a un primo showcase, messo in scena con la collaborazione di Marilaura Produzioni e Magical Dreams Group, al Teatro Persio Flacco di Volterra (Pisa), con la sapiente regia di Sandro Querci, presente in scena anche nel ruolo di Athos/Narratore.

La collaborazione (avvenuta, inizialmente, a distanza) tra il compositore e l’autore delle liriche, Emiliano Palmieriha prodotto scintille: musiche potenti e maestose, ma non troppo “auliche”, si amalgamano meravigliosamente con liriche efficaci, evocative e mai fuori posto. E lo si percepisce già dalla scene iniziali (Ouverture/Siamo i figli della Francia): un riuscito “company number”, che ha saputo creare sin da subito l’atmosfera adeguata (merito anche dei movimenti scenici di Camilla Gai), anticipando il taglio “cinematografico” predominante nello spettacolo.

Tornano in scena da protagonisti i gemelli
Daniele e Umberto Vita, rispettivamente a indossare la maschera di Filippo e vestire i panni di Re Luigi XIV. Al di là dell’innegabile colpo d’occhio nel vedere recitare sul palco, nello stesso momento, due performer completamente identici, i due si completano in scena, mantenendo ciascuno le proprie peculiarità: Daniele compie un lavoro di interpretazione a tutto tondo, anche sul piano introspettivo; il portamento e l’eleganza dei tratti del volto di Umberto facilitano l’immedesimazione nel personaggio del re/tiranno, che non resta troppo in superficie, anche grazie al taglio cinematografico impresso all’opera, del quale lo stesso Umberto è artefice.

Il resto del cast è formato, non a caso, da performer che sono stati in grado di compiere un lavoro eccezionale a livello di costruzione del personaggio:, a partire dai “quattro moschettieri”: il senso di lealtà di D’Artagnan (un indomito Emiliano Geppetti): la spavalda irruenza di gipeto, nei panni di Porthos, unita a un goliardico senso di rassegnazione; la credibile introspezione e risolutezza di Roberto Colombo nei panni di Aramis; il climax emotivo raggiunto da Sandro Querci/Athos nell’esecuzione del brano Fa buon viaggio, figlio mio.

Analoghe emozioni si agitano negli spettatori dopo aver ascoltato il grido di disperazione di Brunella Platania, nei panni della Regina Anna d’Austria, o l’emozionante duetto d’amore con D’Artagnan (Che senso ha).

 Lasciano un segno, inoltre le interpretazioni dei due performer più giovani: Antonio Lanza (Raoul), per presenza scenica e intensità emotiva, ma soprattutto la voce celestiale di Giuliana Di Dio (Christine) e il suo sangue freddo in un momento di difficoltà durante lo spettacolo.

Al termine della serata, è stato chiaro che l’intuizione iniziale del team creativo che ha dato alla luce questa nuova opera musicale si è proprio rivelata felice.

Roberto Mazzone – critico teatrale








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