Orsù - Rivisitazione di un grande classico della drammaturgia russa

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Orsù
Rivisitazione di un grande classico della drammaturgia russa

Il Teatro Kopó presenta Orsù, liberamente tratto da L’Orso di Checov, per la regia di Libero de Martino, con Donatella Faraone Mennella e Nello Provenzano, in scena dal 23 al 25 novembre, venerdì e sabato alle 21, domenica alle ore 18.

Con Orsù, una produzione di Balagancik Teatro, si è voluto cogliere nel gioco tra la vedova inconsolabile Popova e il ricco benestante Smirnoff, nel loro comico duello, l’essenza stessa del gioco teatrale. Il vero protagonista è dunque il Teatro che diverte e insegna con le sue veritiere menzogne. I personaggi si trasformano in continuazione davanti agli occhi dello spettatore e non si incontrano mai sullo stesso piano. La loro lotta non ha vincitori né vinti. D’altra parte, le trame semplici di Cechov, a cui questo spettacolo si ispira, risultano essere incredibilmente ricche di spunti, di colpi di scena, di situazioni, di trovate, di risvolti imprevedibili e di profondità inaudite. 

Una lettura più approfondita di Checov, che dà luogo a questo lavoro straordinario di elaborazione teatrale, ci fa capire come, in origine, il testo fosse stato concepito non diversamente di un vaudeville alla russa. Sulla stessa linea, è sembrato naturale esagerarne il tono farsesco per ricordare i lazzi della commedia dell’arte e le clownerie tanto care alle avanguardie russe del primo ‘900. Il lavoro in scena al Kopó si collega idealmente al lavoro di Mejerchol’d, il regista che fu violentemente attaccato dalla critica, poiché si oppose al realismo socialista, corrente artistica dominante nell’URSS di Stalin. Il teatro del regista ribelle fu chiuso, la sua compagnia sciolta, lui stesso fu arrestato, interrogato, torturato e, dopo poco, accusato di trotzkismo e fucilato. 

Cosa aveva di così dirompente la rilettura dell’opera di Checov da provocare una simile violenza? Probabilmente, il parallelo istituito tra la piccola borghesia di fine Ottocento e il nuovo ceto benestante di età staliniana – una contraddizione in termini se si pensa che l’Unione Sovietica avrebbe dovuto realizzare la cosiddetta società senza classi – diede fastidio alla censura di regime. Si comprende che gli scherzi di Cechov furono presi molto sul serio dal regime stalinista: la satira amara, svelta, garbata, divertita, cattiva della piccola borghesia di fine secolo poteva rappresentare uno specchio dei nuovi potenti gretti, grezzi, ipocriti. Suonò dunque un campanello d’allarme per il pensiero ‘realista’ che si andava affermando come egemone. La Storia di ieri potrebbe assomigliare a quella di oggi e questa pièce, colta e divertente, rompe lo schermo del nuovo conformismo.

Teatro Kopó
Via Vestricio Spurinna, 47/49
00175 Roma
Metro A Numidio Quadrato
Tel.: (06) 45650052




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